20/5/09

PROLOGO

Almustafa, l'eletto e l'amato, come un'alba verso il suo giorno, aveva atteso dodici anni nella città di Orfalese il ritorno della nave che doveva riportarlo all'isola nativa. E nel dodicesimo anno, il giorno settimo di Iellol mese della mietitura, salì sopra la collina fuori le mura della città e guardò verso il mare, e nella foschia vide la sua nave venire. Allora le porte del suo cuore si spalancarono e la sua gioia volò lontano, al di sopra del mare. E Almustafa chiuse gli occhi e pregò nei silenzi dell'anima.
Ma discendendo dalla collina, una grande tristezza calò su di lui, e così ragionò nel suo cuore: Come andarsene in pace e senza dolore ? No, non senza ferita nell'anima lascerò questa città. lunghi sono stati i giorni di sofferenza consumati tra le sue mura, lunghe le noti di solitudine; e chi può senza rimpianto lasciare il suo dolore e la sua solitudine ? Troppi frammenti dello spirito ho disseminato in queste strade, troppi figli del mio desiderio vanno nudi tra queste colline, e io non posso allontanarmi da loro senza peso e dolore. Non è una veste che oggi io respingo, ma una pelle che strappo con le mie stesse mani. Non è un pensiero che io lascio dietro a me, ma un cuore reso dolce da fame e sete.
Tuttavia più a lungo non posso indugiare. Il mare che pretende ogni cosa mi chiama, e io devo imbarcarmi. poiché se resto, nonostante brucino le ore della notte, io sarò ghiaccio e fossile, costretto in una forma. Vorrei portare con me ogni cosa che è qui. Ma come potrò ? Una voce non può portare con se la lingua e le labbra che le hanno dato le ali. Sola dovrà approdare al cielo.
E sola e senza nido l'aquila volerà attraverso il sole. Giunto ai piedi della collina, nuovamente guardò verso il mare e vide la sua nave avvicinarsi al porto e sulla prua i marinai, gli uomini della sua terra. E la sua anima gridò loro: Figli della mia antica madre, cavalieri delle onde, quante volte avete veleggiato nei miei sogni. E adesso approdate al mio risveglio, che è il mio sogno più profondo. Sono pronto a partire, e a vele spiegate il mo desiderio aspetta il vento. Ancora una volta respirerò quest'aria calma e ancora una volta volgerò indietro il mio sguardo d'amore. E allora sarò tra voi, navigante tra i naviganti. E tu, vasto mare, materno e insonne, Unica pace e libertà per il torrente e il fiume, In questa piana la corrente traccerà solo un'altra svolta, avrà solo un altro mormorio. E allora io verrò a te, goccia infinita in sconfinato oceano.
E camminando vide di lontano uomini e donne lasciare campi e vigneti e accorrere alle porte della città. E udì le loro voci pronunciare il suo nome e gridare da campo a campo annunziandosi l'un l'altra l'arrivo della sua nave. E lui si disse: Il giorno della separazione sarà forse giorno di convegno ? E questa mia vigilia, in verità, sarà detta la mia aurora ? E cosa offrirò a chi ha lasciato l'aratro a metà solco o ha fermato la ruota del suo torchio ? Sarà il mio cuore l'albero pesante di frutti che donerò loro ? E sgorgheranno come fonte i miei desideri affinché ne siano colme le loro coppe ? Sono forse io quale arpa sfiorata dalla mano del potente , o un flauto che il suo soffio attraversa ? Io sono un esploratore di silenzi, e quali tesori scoperti nei silenzi potrò dispensare con fiducia ? Se questo è il mio giorno delle messi, in quali campi ho sparso il seme e in quali stagioni dimenticate ? Se veramente questo è il giorno in cui leverò alta la mia lanterna, non è mia la fiamma che qui brucerà. Buia e vuota alzerò la mia lanterna. E a riempirla d'olio, così come ad accenderla, sarà il guardiano della notte.
Questi pensieri lui tradusse in parole. Ma molto restò nel suo cuore di non detto. Poiché lui stesso era incapace di esprimere il suo segreto più profondo.
E quando entrò nella città tutto il popolo gli venne incontro e lo acclamò con una voce sola. E gli anziani della città si fecero avanti e dissero: Non lasciarci ancora. Sei stato un meriggio nel nostro crepuscolo e la tua giovinezza ci ha donato visioni di sogno. Non sei ospite tra noi, non straniero, ma il figlio nostro prediletto. Non tollerare che ai nostri occhi manchi il nutrimento del tuo volto.
E i sacerdoti e le sacerdotesse gli dissero: Non adesso ci separino le onde del mare e non diventino ricordo gli anni che hai trascorso tra noi. Come spirito hai camminato in mezzo a noi e la tua ombra è stata luce per i nosti volti. Molto ti abbiamo amato. Ma senza parole, nascosto, fu il nostro amore. Ora esso grida e a te vorrebbe rivelarsi. Poiché sempre l'amore ignora la sua profondità fino all'ora del distacco.
E altri vennero a supplicarlo.
Ma lui non rispose. Chinò soltanto la testa, e chi gli era vicino vide le lacrime cadergli sul petto. E con il popolo avanzò sulla grande piazza, davanti al tempio. E dal santuario uscì una donna di nome Almitra. Ed era un'indovina.
E lui la fissò con estrema tenerezza perché per prima lo aveva cercato, e aveva creduto in lui dal giorno del suo arrivo in quella città. E lei lo salutò dicendo: Profeta di Dio, che cerchi l'assoluto, a lungo hai spiato l'orizzonte per scorgere la tua nave. E ora la tua nave è giunta e tu devi andare. Profonda è in te la nostalgia per la terra dei tuoi ricordi e per la dimora delle tue grandi speranze; e neppure il nostro amore potrà trattenerti né la nostra necessità. Ma prima di lasciarci noi ti chiediamo: parlaci e dona a noi la tua verità. Noi la doneremo ai nostri figli, questi a loro figli, ed essa non perirà. In solitudine hai vegliato sui nostri giorni, e vigile hai udito il pianto e il riso del nostro sonno.
E allora dischiudici a noi stessi e a noi rivela ciò che sai su quanto passa tra la nascita e la morte.
E lui rispose: Popolo di Orfalese, di che cosa posso parlare se non di ciò che anche ora si agita nel vostro cuore?

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